Arts of the Working Class #6 – ART OF DARKNESS

Non vogliamo essere apocalittici, ma sentiamo il bisogno di un cambiamento. Ciò che conta è finito nell’oscurità, perché bruciamo tempo e pensieri rincorrendo breaking news e chiacchiere sociali. Mentre noi balliamo sull’orlo dell’abisso, l’arte è diventata un punto cieco come tutto il resto. Questo numero di Arts of the Working Class rivendica un ruolo per l’arte nelle nostre vite, e lo fa con la collaborazione di due editor associati, l’artista Simon Denny e la curatrice Sara Dolfi Agostini, che hanno contribuito a identificare zone di luce o ombra con artisti, scrittori, galleristi e professionisti di vari settori.

L’Arte dell’oscurità esordisce con un articolo di Sarah Khan, che osserva le città in movimento e racconta il bello della lentezza, mostrando come tutte le generazioni finiscano per collassare le une sulle altre. Sara Dolfi Agostini e Maria Ines Plaza Lazo si confrontano con alcuni attori del mondo dell’arte su mercato e sopravvivenza, mentre il gallerista Olivier Antoine spiega le ragioni dietro la sua scelta di rallentare, per un ritorno alle origini.

Barbara Casavecchia condivide una riflessione che parte dalla classe operaia per raccontarci quello che ha imparato da un gruppo di studenti; cose che i media non possono comprare. Sulla stessa riga, Paul Sochacki punta il dito verso le accademie, dove forme feudali di patronato si impongono tra gli studenti e la realtà di un mondo dell'arte tentacolare.

Sara Dolfi Agostini analizza quindi la generosità stimolata dal rogo di Notre Dame e sviscera la relazione pericolosa tra arte e business della moda, sollevando dubbi sugli effetti della condivisione emotiva dell'evento sui social network. Il suo contributo, accompagnato da un’illustrazione di Paul Sochacki, riverbera nella confessione di Amalia Pica, che ricorda le volte in cui “non è stata invitata”, ed esplora l’idea di dare accesso gratuito agli artisti nei musei.

In un mondo in cui difficilmente si distingue la vita reale dal gioco, Simon Denny pubblica per la prima volta i materiali di un suo nuovo gioco da tavola realizzato in due anni di lavoro. Il progetto è introdotto da Boaz Levin e accompagnato da un testo di Levin e Vera Tollmann su canarini, nuvole, data-mining e lavoro automatizzato. Subito dopo Maria Ines Plaza Lazo traccia una mappa delle pratiche collettive emergenti, tutte ispirate da un principio di leadership culturale incondizionato, egualitario, sociale e democratico.

La politica si infiltra nella vita e nel lavoro di Juliet Jaques, che racconta la sua esperienza tra arte e insofferenza per la Brexit, mentre Rob Pruitt ci immerge nel delirio della vita americana ai tempi della presidenza di Trump. Anche l'Europa si esprime, attraverso il progetto di Lorenzo Marsili & Nicolò Milanese, recentemente pubblicato nel libro "Citizen of Nowhere" e discusso in questo numero di AWC. Jimmie Durham affronta i tabù occidentali con favole di fuoco ancora ben radicate nel vecchio continente. Arshad Hakim parla della luce e del suo riflesso, andando a toccare un nervo scoperto, la nostra paura dell'incertezza.

Meenakshi Thirukode va sul personale per rimarginare sogni antichi e incontri inevitabili con il patriarcato, e lo fa esplorando modi alternativi di processare il tempo. Queering Space condivide il sogno di un linguaggio pansessuale, e dimostra come abitare davvero spazi sociali privi di distinzioni di genere. Kate Fahey descrive poeticamente esperienze di controllo interno ed esterno della persona. Le sue parole echeggiano nei pensieri di Angels Miralda Tena su come il collezionismo abbia guadagnato un peso cruciale nella produzione artistica, producendo opacità nel passaggio dal domestico al pubblico.

Il consolidamento di nuove forme di esclusività e dinamiche di potere aumenta il rischio di perdere le poche libertà di una società già dominata da capitali e privilegi. Per questo, guidati dalla volontà di limitare interferenze e disagio, The Alphabet Collection mirano a una riorganizzazione algoritmica e intervengono direttamente sulla visione delle macchine. In modo simile, Ari Benjamin Meyers attraversa la percezione con l’energia musicale e condivide con AWC un frammento di partitura prodotta per la Orchestra Filarmonica di Monaco di Baviera in un insieme virtuoso di professionisti e dilettanti. E lì, d’un tratto, si percepisce la luce in fondo al tunnel, una luce che speriamo brilli per il curatore Okwui Enwezor, scomparso pochi mesi fa e ricordato qui da Christoph Sehl.

Questo numero anniversario celebra il primo anno di AWC. In questo percorso di crescita riaffermiamo lo spirito autoriflessivo di questo progetto, e la consapevolezza che ci sia ancora molto da fare e oscurità da attraversare.

- L'editrice

About the artist

Publishing Address / Verlagsadresse:
Arts of the Working Class
Lynarstrasse 39
13353 Berlin

Advertisement / Anzeigen:
hey@artsoftheworkingclass.org

Founders / Gründer:
María Inés Plaza Lazo, Pauł Sochacki

Publishers / Editors:
Alina Kolar
ak@artsoftheworkingclass.org
María Inés Plaza Lazo
mi@artsoftheworkingclass.org
Pauł Sochacki
ps@artsoftheworkingclass.org

With contributions by the Alphabet Collection (Mohammed Salemy & Patrick Schabus), Shastika Andara, Arshad Akim, Adjoa Armah, Barbara Casavecchia, Merlin Carpenter, Simon Denny, Sara Dolfi Agostini, Jimmie Durham, Hallie Frost, Queering Space (Loren Britton, Johnathan Payne and Asad Pervaiz), Kate Fahey, Nschotschi Haslinger, Juliet Jacques, Hassan Khan, Lorenzo Marsili, Ari Benjamin Meyers, Ángels Miralda Tena, Amalia Pica, Joanna Piotrowska, Laure Prouvost, Rob Pruitt, Christoph Sehl.